Alcune inquietudini
14/05/2008 - 10:22
(da "Liberazione" di ieri)
I blog sono solo apparenza
06/05/2008 - 09:13

Ho interesse a leggere autobiografie di persone che hanno avuto esperienze. Credo che sia condivisibile. Non ho interesse, invece, a leggere autobiografie maturate “per forma” e senza esperienze importanti. Credo che questo rientri nei miei gusti personali. Ho però l’impressione che i moderni mezzi di comunicazione abbondino di “racconti di sé” che hanno minimi o nulli motivi di essere. La televisione dà voce a figure che niente hanno da dire.
La diffusione e celebrazione dei vari blog sulla rete mi sembra una dimostrazione lampante di questa tendenza. E’ bene o male? Non lo so per certo. So che istintivamente mi sottraggo alla lettura degli affari altrui, a meno che non siano tradotti in “affari miei” o, meglio, in “affari universali”. Utilizzare la propria esperienza per interrogarsi sulle questioni della vita dell’uomo è ottima disciplina ed è probabilmente un modo efficace per farlo. Funziona anche in termini drammatici, secondo me. Ma se questo non avviene, se l’attenzione rimane sul sé, sulla propria giornata e sui propri minuti, senza essere racconto o specchio di altro, allora non mi interessa.
In quel caso il racconto rischia di diventare “televisione”. Apparenza, esistere in quanto “messa in onda di sé”.
(Gipi – al secolo Gianni Pacinotti)
Redacted (?!) di Tullio Di Francesco
17/03/2008 - 06:42

Ecco, è successo. Quello che temevamo, e di cui avevamo sentito dire fin da dopo la proiezione al Lido di Venezia, è finalmente accaduto: Redacted, l’ultimo capolavoro di Brian De Palma, arriva in Italia. Ma non al cinema. Sbarca direttamente sul mercato dell’home video e, cosa ancora più scandalosa e preoccupante, la “prima” avverrà oggi, per chi se lo potrà permettere, su una rete a pagamento. Ora, che il film negli Stati Uniti sia uscito in sordina in poche sale e, volutamente anche da parte dello stesso regista, abbia racimolato scarsi incassi, è un dato di fatto. Ma l’Italia, come il resto d’Europa, non è gli Stati Uniti d’America. Che sia stato censurato in patria – un film che parla anche dell’impossibilità di censurare le informazioni su Internet –, è come voler censurare il segreto di Pulcinella. Che poi qui in Italia non esca per una forma di censura ideologica è – per quanto suddita della grande aquila a stelle e strisce – francamente ridicolo. No, preferiamo pensare che questo sistema di diffusione sia una nuova strategia di vendita di un prodotto che troviamo ad un tempo ingiusto e pericoloso. Ingiusto perché va a premiare quei pochi “ricchi illuminati” che si sono già potuti permettere il salto sulla piattaforma digitale, e va invece a ghettizzare quei tanti milioni di “beoti” che pagano ancora il canone per un’offerta televisiva sempre più vuota e insulsa (come dire: “Ehi, cuntadden, che aspetti a farti anche tu il decoder?!” E poi, se proprio si voleva saltare il circuito delle sale, perché non approfittarne per fare un vero e proprio servizio pubblico e trasmettere il film su una rete in chiaro?!). Pericoloso perché, se la tendenza dovesse prendere piede, saremmo di fronte ad una nuova strategia di sfruttamento dei prodotti cinematografici che si rivelerebbe l’ennesima, forse fatale, picconata all’esistenza delle sale cinematografiche.
Ecco perché, noi che alla fin fine crediamo ancora al valore sociale del cinema visto in sala, riproponiamo – ma sì, perché no?, in maniera polemica – la recensione di Redacted apparsa a suo tempo su Nouvelle Vague in occasione della Mostra del Cinema di Venezia. Come se fossimo ancora lì a godercelo sul grande schermo.
La guerra ritrovata
06/03/2008 - 11:28

Henry Phipps
di Edgar Lee Masters
Avevo appena ventun anni,
E Henry Phipps sovrintendente della Scuola
Fece un discorso al teatro Bindle.
“L’onore” disse, “ della bandiera va difeso,
sia che venga assalito dai barbari Tagalog
o dalla potenza più forte d’Europa.”
E noialtri applaudimmo, applaudimmo il discorso e la
Bandiera che lui sventolava parlando.
Così andai alla guerra nonostante mio padre,
e seguii la bandiera finché la vidi levarsi
nel nostro campo tra risaie vicino Manila.
Tutti noi acclamammo, acclamammo,
ma là c’erano bestie velenose;
C’era acqua mortifera,
e il caldo crudele
e il cibo nauseante e putrido
e il fetore della latrina proprio dietro alle tende,
dove ci si andava a svuotare;
Le puttane impestate che ci venivano dietro;
e atti bestiali tra noialtri e da noi soli,
e tra noi prepotenza, odio, abbrutimento,
e giornate di disgusto e notti di terrore,
fino all’assalto alla palude fumante,
seguendo la bandiera,
quando caddi gridando con gli intestini trapassati.
Ora c’è una bandiera su di me a Spoon River.
Una bandiera!- Una bandiera!
(grazie ad Aldo Caminaro)
La critica comincia con la grammatica
18/02/2008 - 08:17

Viviamo in un'epoca nella quale le parole vengono progressivamente svuotate, in cui il loro significato viene sostituito da contenuti più innocui e dai contorni meno precisi.
"Quando una società si corrompe, a imputridire per primo è il linguaggio. La critica della società, quindi, inizia con la grammatica e il ristabilimento dei significati" (Octavio Paz, Posdata).
E come non essere d'accordo in una società nella quale le parole vengono progressivamente svuotate, in cui il loro significato viene sostituito onde rendere innocue le parole più "pericolose"?
In un'epoca di ossimori, in cui pure l'ossimoro è diventato di moda (ma è anche pericolosamente istituzionalizzato, vedi per esempio "centri di permanenza temporanea", o quello che è un ossimoro in maniera figurata, "politicamente corretto", probabilmente coniato, con cambio di vocale, per non usare il più coerente "politicamente corrotto"), si riesce a non dire nulla fingendo di aver detto qualcosa e, per di più, con l'alibi pseudo-etico fornito dal buonismo dilagante.
Compito dello scrittore è anche recuperare le parole, ristabilire il loro significato, non permettere che questo venga avvilito dalla decostruzione di matrice politico-economico-televisiva, affinché sia ancora possibile abitare il nostro futuro senza doverci affidare a neolingue di orwelliana memoria.
Perché, se la cultura è l'identità di un popolo, quell'identità passa necessariamente anche attraverso il linguaggio con cui si comunica, e più questo sarà impoverito, più ci allontaneremo dalla nostra identità assumendo quella di cittadini del consumo globale, cioè di schiavi.
Heiko H. Caimi
Chi ha bisogno di scrivere?
02/02/2008 - 08:27

«Scrivere? Chi ne ha bisogno? Quando scrivi, ecco che cosa fai. Sei solo con te stesso. Costruisci intorno a te un rifugio con tutto quello che hai a disposizione, relazioni finite, ferite ricevute, ricordi gioiosi, caparbia quotidianità. Aspetti. Provi diverse esche. Ti lasci sfuggire ogni cosa, non importa quanto sembri bella o quante lodi riceveresti se riuscissi a coglierla, eccetto quella che stai aspettando, quella che sai di dover afferrare. Sei disposto a perdere te stesso piuttosto che essa. Nel frattempo ti mitri di tutta la ferraglia che hai a portata di mano, razioni di ferro per il tuo ego». (William McIlvanney)
L'importanza della durata
01/02/2008 - 08:24

Posso riassumere tutte le mie idee sulla scrittura in una sola frase: un autore dovrebbe scrivere oper i giovani della sua generazione, per i critici di quella successiva e per i professori di tutti i tempi a venire.
Credo che l'importante in un'opera di narrativa sia questo: la reazione dev'essere profonda e duratura.
Il fine di un'opera di narrativa è quello di stimolare, nella mente del lettore, effetti duraturi.
(Francis Scott Fitzgerald)
Le traversie di "Riparo"
24/01/2008 - 13:56

Per trovare Riparo in sala…
L’odissea produttiva e l’attesa per l’uscita in sala di quest’opera seconda di Marco Simon Puccioni, già attivo documentarista, sono uno di quei casi sui quali non ci riesce di tacere. Tanto più se il film arriva al pubblico alla fine di un 2007 quanto mai celebrato al botteghino e non solo come anno d’oro del cinema italiano, il quale secondo altri osservatori sarebbe invece “in bancarotta, dal punto di vista finanziario”, e con l’autostima “ridotta in rovina” (cfr. “The Independent”, l’ultimo numero). Poiché Riparo merita anche di essere presentato in quanto tale, ecco in una versione ridotta le tappe principali dell’emblematica vicenda.
Nel 2003 Monica Rametta e il regista lavorano alla prima versione della sceneggiatura, grazie alla quale nel 2005 il progetto viene riconosciuto dal Ministero di interesse culturale nazionale “per l’attenzione e la compassione verso i sentimenti contrastanti dei protagonisti ma anche per l’asciutta descrizione di una realtà economica e sociale in gran movimento”. A questo punto il film ha già un importante riconoscimento e un produttore, Mario Mazzarotto. Ma per riuscire davvero a realizzarlo come si deve questi riesce a trovare una coproduzione francese e a ottenere il sostegno del fondo MEDIA e del fondo Eurimages dell’Unione Europea, oltre a quello del fondo regionale del Friuli Venezia Giulia con la collaborazione della Friuli Venezia Giulia Film Commission.
Il film è infatti ambientato in Friuli, e le riprese possono essere pianificate e iniziare solo nell’estate del 2006, due giorni dopo la scomparsa di Mario Gallo un grande uomo del cinema italiano che tanto si era speso per aiutare la produzione del film. Già ad agosto il film si merita l’attenzione di un articolo di Maria Pia Fusco su “la Repubblica”, e alla fine dell’autunno è montato e sarebbe pronto ad affrontare le sale e il giudizio del pubblico. Ma non si trova alcuna distribuzione disposta a rischiare, anzi, Rai Cinema che inizialmente si era coinvolta nella produzione fa perdere definitivamente le sue tracce.
E così la pellicola inizia a circolare di festival in festival: non basta neanche la prima mondiale nella sezione Panorama della Berlinale 2007, una vetrina dopo la quale ci si aspetterebbe un’immediata uscita in sala in Italia. Da Berlino, a New York, a Torino, ad Annecy, a Lecce Puccioni e le sue attici protagoniste raccolgono diversi premi e un totale di una cinquantina di festival. Il film esce in Spagna, si sa già che uscirà in mezza Europa e negli Stati Uniti dove è piaciuto ed è stato venduto, ma dopo tutto questo quella che dovrebbe essere la normale uscita in sala nel proprio paese è ancora un miraggio, finché, infine, lo stesso produttore Mazzarotto non decide coraggiosamente di creare una società di distribuzione, appoggiarsi a un circuito di sale e stampare 25 copie.
Se l’aver dovuto affrontare tante traversie purtroppo non fa del film un episodio unico nel nostro paese, è ora il caso di dire che Riparo merita di essere visto anche e soprattutto perché è un buon lavoro. La coppia di interpreti Maria de Medeiros e Antonia Liskova è l’apice di una serie di non banali scelte di cast che animano davanti ai nostri occhi un gioco che ad alcuni piacerà più che ad altri, ma che è indubbiamente diretto con chiarezza d’intenti e coerenza di stile. Sullo sfondo ben delineato della provincia udinese, tra “la sedia più alta del mondo” di Manzano e la fabbrica di scarpe dove lavorano i protagonisti, quello che sembra l’incontro casuale tra due mondi si rivela l’attrito di tre personaggi dalle origini forse troppo diverse per riuscire a convivere fisicamente e culturalmente senza alcun filtro, senza “riparo”.
Come dice il giovane Anis a una delle due donne: per andare avanti bisogna “mangiare il proprio dolore”, eco fassbinderiana che riesce a suonare autentica e appropriata allo stesso modo di molte altre possibili ingenuità di una vicenda assai complessa ma raccontata con la semplicità di chi pensa che lo spettatore sia in grado di decidere da solo se si tratta di una storia che lo riguarda o meno. A chi scrive pare che lo sguardo che Puccioni riserva ai suoi personaggi sia lodevolmente privo di quei paraocchi che tanto spesso rischiano di restringere di molto l’orizzonte di altri creatori di cinema, italiani e non, e questo benché il “fatto privato” al centro della storia sembri crescere fino a occupare a poco a poco tutto lo spazio sullo schermo. Quindi, andate a vedere il film e fateci sapere la vostra impressione .
Da "cinema.it", su gentile segnalazione di CinE-motion
Riparo
15/01/2008 - 13:27

Anna, la cui madre dirige una grossa fabbrica calzaturiera vicino a Udine, è fidanzata e convivente da tempo con Mara, operaia nella stessa fabbrica. Di ritorno da una vacanza in Tunisia, un giovanissimo clandestino, Anis, si nasconde nella loro auto, e viene scoperto al rientro in Italia. Anna decide di aiutarlo, ospitandolo in casa e trovandogli un lavoro come magazziniere presso un negozio gestito dal fratello. La decisione fa infuriare Mara, alle prese con un personale complesso di inferiorità e inadeguatezza, acuito dalla malattia degenerativa del padre, che l’ha sempre considerata una buona a nulla. Il fragile equilibrio che si instaura nel trio si spezza dopo la morte del padre di Mara e la scelta della madre di Anna di vendere la fabbrica a investitori cinesi, salvaguardando però il posto della convivente della figlia.
Si ha un bel dire che il cinema italiano versa in crisi profonda, se poi, quando vengono prodotti piccoli gioiellini, la distribuzione non può far altro che stampare poche copie per far uscire il film almeno nelle grandi città, rendendolo quindi pressocchè invisibile alla maggior parte del Paese.
E’ stato il caso de Il vento fa il suo giro, capolavoro dimenticato ancorché pluripremiato, capace di resistere otto mesi al cinema Mexico di Milano (dov’è programmato attualmente) ma sconosciuto al di fuori della metropoli lombarda. Sarà probabilmente (ma speriamo smentite) il caso di questo Riparo, che ha rappresentato l’Italia a Berlino nel febbraio 2007, ha vinto premi importanti al Festival di Annecy, è stato presentato a vari festival in tutto il mondo ed esce, nel nostro Paese, con un numero di copie sufficienti solo ad un primo week end di assaggio, e destinato in breve a scomparire al di sotto degli “allenatori nel pallone” e delle “leggende” blockbusteriane.
Ed è un peccato, perché il secondo lungometraggio di Puccioni è un delicatissimo gioco di incastri sorretto da una sceneggiatura di ferro (scritta dal regista insieme a Monica Rametta) e da recitazioni che sfiorano la perfezione formale e sostanziale (una conferma per la sublime Maria de Medeiros, una splendida novità per la slovacca naturalizzata italiana Antonia Liskova, una straordinaria aderenza al ruolo per il giovanissimo Mounir Ouadi), e sarebbe un delitto farlo finire nel dimenticatoio.
Se a prima vista i temi della pellicola sembrano essere la difficoltà dell’integrazione in un mondo ostile (Anis) e dell’amore “diverso” che si scontra con il perbenismo infido (Anna e Mara), nella realtà la tematica principale è più profonda: si tratta dell’inadeguatezza, della difficoltà a rapportarsi con un mondo che non è semplicemente privo di valori o scrupoli, ma molto più prosaicamente ha convinzioni diverse dalle proprie e non accetta il confronto. Un mondo in cui l’apparenza conta molto di più della realtà, e dove è meglio non muoversi e lasciare che tutto scorra per mantenere uno status quo tutto sommato legittimo e confortante, piuttosto che provare a far qualcosa per migliorare la situazione propria e di chi ci vuol bene ottenendo solo scherno, disapprovazione e miserie. Un mondo in cui la ricerca di un riparo diventa una sfida esistenziale, spesso destinata a farci soccombere, ma disperata unica via d’uscita verso l’accettazione di noi stessi. Chi ha un briciolo di sensibilità vive in una perenne tormenta emozionale, dove le sensazioni vengono a galla nei momenti di quiete apparente (non è un caso se molte scene si svolgono di notte, nella solitudine forzata dei letti in cui non si riesce a dormire), e da cui esce a volte ferendo gli altri, più spesso facendosi del male, comunque mai uguale a prima.
Il sottotesto del film, che gioca con i simboli del benessere della provincia nordestina dipingendo un quadro di ipocrisia (la madre di Anna), accondiscendenza (il fratello, consapevole o meno, di Anna), furberia (il magazziniere collega di Anis), disprezzo (il padre di Mara), ci riporta ad una realtà più condivisa e universale, fatta di esclusioni e incomprensioni che si svolgono anche fra chi non si vuole uniformare alla società, fra gli stessi individui socialmente “emarginati”: Anna, nel suo rapporto con Mara, non sa evolversi da genitrice ricca e apprensiva in compagna forte e volitiva, Mara non si scrolla di dosso il suo peccato originale di donna fallita, e lo stesso Anis, incapace di comprendere il rapporto fra le due donne, diviene il fulcro della svolta drammatica che prende la vicenda. Tre solitudini che si uniscono non possono far altro che portare a un paradiso momentaneo, ma fatalmente destinato a sparigliare le carte. Puccioni non ci mostra il nuovo stato di quiete, preferendo chiudere il film sulla sospensione dei fatti; ed è un bene, perché le porte che si stanno richiudendo sui protagonisti, come fanno le spighe del campo di grano in cui corre, disperato, Anis, potrebbero tornare a spalancarsi ,all’improvviso, e portare nuova linfa ai sogni di chi è negletto. E noi saremmo ancora qui, a fare il tifo per loro.
Un piccolo capolavoro, emozionante e sincero. Straconsigliato, ovviamente.
Davide Verazzani, da www.nouvellevague.eu
Egoismi
13/01/2008 - 12:51

non ascolti il dolore della mia anima
solo i gemiti del mio piacere
provo a togliere le bende dai tuoi occhi
ho sete d’amore
ma sono ancora chiusi
piangi egoismo
mentre cammini un passo prima di me
e non insieme a me
mentre parli solo di te
e non di noi
un rifugio senza calore i tuoi abbracci
nel silenzio di una notte che non verrà più
eppure sapevo già
uno sguardo m’innamora
e tu non m’hai mai guardato
da http://www.manualedimari.it/blog/archives/295
I best-seller, scrittura senza magia
12/01/2008 - 11:08

L’invenzione originale da cui la scrittura si sviluppò fu molto semplicemente di creare immagini e scene su una parete di caverna: cacce, e spesso disegni cosiddetti pornografici. Lo scopo era originariamente cerimoniale o magico, e quando il lavoro è separato dalla sua funzione magica, perde la sua vitalità. Cioè, quando una tribù comincia a fare bambole per i turisti, è finita. E questo è ciò che i best-seller stanno facendo –intere vallate di bambole e denti di pescecani per i turisti. Questo potrà anche far soldi, ma non è magia.
(William Burroughs)

