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Imago mundi

di raccontitaliani

04/03/2009 - 19:13

Sapere tutto sull'immagine non significa sapere qualcosa della realtà.

 

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Alcune inquietudini

di raccontitaliani

14/05/2008 - 10:22

Cercasi opposizione disperatamente. E Scalfari si lamenta: «In Italia c'è una dittatura dolce». Giusto (Anche se in verità non è dolcissima...). Incontro Berlusconi-Veltroni per decidere come rafforzarla
 
Esercito, espulsioni, Super-Cpt
E il Pd dice: forse votiamo sì
 
 
 
Continuano a giungere indiscrezioni su come il governo si prepara ad affrontare la questione sicurezza. Dove per sicurezza si intende la lotta ai migranti, ai rom e ai clandestini. Sebbene tutte le statistiche dicano che le maggiori cause di delitto, in Italia, sono i «mariti» che pestano o uccidono le mogli, e poi la malavita organizzata (mafia, camorra e 'ndrangheta soprattutto). Non risulta però che nel decreto (o forse nel disegno di legge) ci saranno provvedimenti contro i mariti o contro la mafia. Questo per un motivo molto semplice: quasi tutti i sociologi ci hanno spiegato che, di fronte al delitto, conta poco la arida realtà dei fatti, ma conta la percezione. I fatti sono fuffa, ideologia, pregiudizio marxista... Cioè che conta davvero è cosa si immagina la gente che accadrà e non cosa davvero accade; e dunque le leggi vanno ritagliate sulla misura della "percezione" e non della realtà. Che sarebbe un po' come se in un tribunale un giudice dicesse: «Caro amico, io lo so benissimo che lei non ha commesso questo delitto, perché le prove sono a suo favore; ma moltissime persone sono convinte invece che lei sia colpevole e quindi, visto che siamo tutta gente moderna, non posso fare altro che condannarla...».
Comunque le indiscrezioni (e le pubbliche dichiarazioni dei ministri) dicono che: primo, la condizione di clandestinità diventerà reato penale; secondo, gli attuali centri di permanenza temporanea per immigrati irregolari diventeranno centri di detenzione (per capirci meglio: campi di concentramento); terzo, contro l'immigrazione clandestina sarà schierato l'esercito.
 
Piero Sansonetti
 
 
Bulli, naziskin e la violenza incolore
 
 
 

Quando è accaduto l'assassinio di Verona, il giorno prima o addirittura lo stesso giorno, la stampa riportava l'episodio di bullismo a Viterbo, dove alcuni ragazzini 14 enni avevano bruciato i capelli e spento cicche di sigarette sulle braccia di un loro coetano. Riprendendo il tutto, ovviamente con il telefonino.
All'episodio di Viterbo non si diede gran spazio: rientrava nella categoria bullismo di tipo "semplice" cui ci stanno abituando le cronache quotidiane. Eppoi, di fronte al pestaggio di Tommasoli niente era paragonabile. A Verona, inoltre, si era in odore di naziskins, a Viterbo no.
Almeno fino ad oggi, quando a casa dell'adolescente viterbese è stato trovato materiale neonazista.
Eppure, per quanto lontani ed evidentemente diversi nella dinamica e nelle conseguenze, questi due epidodi avevano già allora la stessa matrice. Chiara, sotto gli occhi di tutti. Non si è voluto nominare, per i bulli di Viterbo, la parola naziskin come se, in mancanza di materiale, non si potessero considerare, anche le gesta di Viterbo, chiaramente "naziste": invece lo erano, lo sono nell'essenza di quello che hanno mostrato le immagini di una violenza gratuita e grottesca, nel significato di questo bullismo non-definito se non come "categoria" già vecchia.
"Vecchia" almeno come quelle di destra e sinistra che pare non abbiano più il significato degli anni Settanta. Infatti mancano "le parole per dirlo", questo "bullismo", mancano forse categorie, nella società liquida nella società dei non-luoghi. Ma non c'era bisogno di ritrovare materiale naziskin a Viterbo per collegare i due fatti. Che neanche apparentemente erano lontani.
Quando ci si arrovella per dare sicurezza ipotizzando addirittura l'esercito contro branchi di migranti assetati di sangue, ci si dimentica evidentemente che la violenza pura, quella dell'arroganza, quella dell'esercizio di potere sul più debole, la troviamo nelle case italiane prima di tutto.
Antonella Marrone

 

(da "Liberazione" di ieri)

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Ho interesse a leggere autobiografie di persone che hanno avuto esperienze. Credo che sia condivisibile. Non ho interesse, invece, a leggere autobiografie maturate “per forma” e senza esperienze importanti. Credo che questo rientri nei miei gusti personali. Ho però l’impressione che i moderni mezzi di comunicazione abbondino di “racconti di sé” che hanno minimi o nulli motivi di essere. La televisione dà voce a figure che niente hanno da dire. 

 

La diffusione e celebrazione dei vari blog sulla rete mi sembra una dimostrazione lampante di questa tendenza. E’ bene o male? Non lo so per certo. So che istintivamente mi sottraggo alla lettura degli affari altrui, a meno che non siano tradotti in “affari miei” o, meglio, in “affari universali”. Utilizzare la propria esperienza per interrogarsi sulle questioni della vita dell’uomo è ottima disciplina ed è probabilmente un modo efficace per farlo. Funziona anche in termini drammatici, secondo me. Ma se questo non avviene, se l’attenzione rimane sul sé, sulla propria giornata e sui propri minuti, senza essere racconto o specchio di altro, allora non mi interessa. 

 

In quel caso il racconto rischia di diventare “televisione”. Apparenza, esistere in quanto “messa in onda di sé”.

 

(Gipi – al secolo Gianni Pacinotti)

 

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La guerra ritrovata

di raccontitaliani

06/03/2008 - 11:28



Henry Phipps


di Edgar Lee Masters

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Avevo appena ventun anni,  

E Henry Phipps sovrintendente della Scuola 

Fece un discorso al teatro Bindle.  

“L’onore” disse, “ della bandiera va difeso,  

sia che venga assalito dai barbari Tagalog  

o dalla potenza più forte d’Europa.”  

E noialtri applaudimmo, applaudimmo il discorso e la  

Bandiera che lui sventolava parlando.  

Così andai alla guerra nonostante mio padre,  

e seguii la bandiera finché la vidi levarsi  

nel nostro campo tra risaie vicino Manila.  

Tutti noi acclamammo, acclamammo,  

ma là c’erano bestie velenose;  

C’era acqua mortifera,  

e il caldo crudele  

e il cibo nauseante e putrido 

e il fetore della latrina proprio dietro alle tende,  

dove ci si andava a svuotare;  

Le puttane impestate che ci venivano dietro;  

e atti bestiali tra noialtri e da noi soli,  

e tra noi prepotenza, odio, abbrutimento,  

e giornate di disgusto e notti di terrore,  

fino all’assalto alla palude fumante,  

seguendo la bandiera,  

quando caddi gridando con gli intestini trapassati.  

Ora c’è una bandiera su di me a Spoon River.  

Una bandiera!- Una bandiera!  

 

(grazie ad Aldo Caminaro)

 

 

 

 

 

 

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Viviamo in un'epoca nella quale le parole vengono progressivamente svuotate, in cui il loro significato viene sostituito da contenuti più innocui e dai contorni meno precisi.

 

"Quando una società si corrompe, a imputridire per primo è il linguaggio. La critica della società, quindi, inizia con la grammatica e il ristabilimento dei significati" (Octavio Paz, Posdata).

 

E come non essere d'accordo in una società nella quale le parole vengono progressivamente svuotate, in cui il loro significato viene sostituito onde rendere innocue le parole più "pericolose"?

In un'epoca di ossimori, in cui pure l'ossimoro è diventato di moda (ma è anche pericolosamente istituzionalizzato, vedi per esempio "centri di permanenza temporanea", o quello che è un ossimoro in maniera figurata, "politicamente corretto", probabilmente coniato, con cambio di vocale, per non usare il più coerente "politicamente corrotto"), si riesce a non dire nulla fingendo di aver detto qualcosa e, per di più, con l'alibi pseudo-etico fornito dal buonismo dilagante.

Compito dello scrittore è anche recuperare le parole, ristabilire il loro significato, non permettere che questo venga avvilito dalla decostruzione di matrice politico-economico-televisiva, affinché sia ancora possibile abitare il nostro futuro senza doverci affidare a neolingue di orwelliana memoria.

Perché, se la cultura è l'identità di un popolo, quell'identità passa necessariamente anche attraverso il linguaggio con cui si comunica, e più questo sarà impoverito, più ci allontaneremo dalla nostra identità assumendo quella di cittadini del consumo globale, cioè di schiavi.

 
Heiko H. Caimi

 

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«Scrivere? Chi ne ha bisogno? Quando scrivi, ecco che cosa fai. Sei solo con te stesso. Costruisci intorno a te un rifugio con tutto quello che hai a disposizione, relazioni finite, ferite ricevute, ricordi gioiosi, caparbia quotidianità. Aspetti. Provi diverse esche. Ti lasci sfuggire ogni cosa, non importa quanto sembri bella o quante lodi riceveresti se riuscissi a coglierla, eccetto quella che stai aspettando, quella che sai di dover afferrare. Sei disposto a perdere te stesso piuttosto che essa. Nel frattempo ti mitri di tutta la ferraglia che hai a portata di mano, razioni di ferro per il tuo ego». (William McIlvanney)

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Posso riassumere tutte le mie idee sulla scrittura in una sola frase: un autore dovrebbe scrivere oper i giovani della sua generazione, per i critici di quella successiva e per i professori di tutti i tempi a venire.
Credo che l'importante in un'opera di narrativa sia questo: la reazione dev'essere profonda e duratura.
Il fine di un'opera di narrativa è quello di stimolare, nella mente del lettore, effetti duraturi.

(Francis Scott Fitzgerald)

 

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Egoismi

di raccontitaliani

13/01/2008 - 12:51


non ascolti il dolore della mia anima
solo i gemiti del mio piacere
provo a togliere le bende dai tuoi occhi
ho sete d’amore
ma sono ancora chiusi
piangi egoismo
mentre cammini un passo prima di me
e non insieme a me
mentre parli solo di te
e non di noi
un rifugio senza calore i tuoi abbracci
nel silenzio di una notte che non verrà più
eppure sapevo già
uno sguardo m’innamora
e tu non m’hai mai guardato

Maria S.

da http://www.manualedimari.it/blog/archives/295

 

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L’invenzione originale da cui la scrittura si sviluppò fu molto semplicemente di creare immagini e scene su una parete di caverna: cacce, e spesso disegni cosiddetti pornografici. Lo scopo era originariamente cerimoniale o magico, e quando il lavoro è separato dalla sua funzione magica, perde la sua vitalità. Cioè, quando una tribù comincia a fare bambole per i turisti, è finita. E questo è ciò che i best-seller stanno facendo –intere vallate di bambole e denti di pescecani per i turisti. Questo potrà anche far soldi, ma non è magia.

 

 


(William Burroughs)

 

 

 

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Riporto qui di seguito l'opinione di Luca Comanducci, destinata, spero, a stimolare discussioni e anche (perché no?) polemiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fatto che, negli ultimi 30 anni, sia la Letteratura che altre forme artistiche non abbiano prodotto in Italia che poche opere realmente degne di nota, è dovuto, a mio parere, ad una ben precisa ragione: un eccesso di benessere. Se da un lato l’agiatezza ha vertiginosamente innalzato il livello medio di vita, dall'altro ha ucciso ciò che di più prezioso ha l'uomo: lo spirito di sacrificio, e quindi quel senso di umiltà che alla fine solo chi ha dovuto lottare per ottenere ciò che ha possiede. E tale spirito di sacrificio può derivare spesso da un'esistenza fatta di stenti, sofferenze, incomprensioni, tragedie familiari, stupri subìti durante età infantile e/o scolare -tutte esperienze che, pur nella loro tragicità, vanno a formare una solidissima base di ispirazione per lo scrittore. Basti citare alcuni illuminanti esempi: è assai noto che Virginia Woolf subì violenze sessuali da parte dei due fratelli maggiori quando era ancora una ragazzina; Stendhal, Elroy, Pratolini, Tolstoy, Mallarmé, Pasolini, Conrad, H.G. Wells e altri ancora persero la madre in tenera età; altri il padre; altri ancora ambedue i genitori. Tutte componenti che andrebbero a costituire quella che ritengo l'equazione sacra per eccellenza per ogni grande autore che si rispetti: 'tragedia/trauma infantile/pre-adolescenziale = enorme carica emotiva/iper-sensibilità cognitivo-creativa'. Concetto, d'altronde, estendibile a tutte le categorie artistiche e umane.

 

 

 

Ecco, agli scrittori, ai poeti e ai romanzieri moderni manca questo sostentamento di base. Attenzione, però: non che gli scrittori succitati meritassero simili disgrazie, ma la 'nostra' generazione è stata concepita già con intenti sbagliati: figlia (degenere) di quel perverso processo denominato 'boom economico' che tanto furore ebbe nei mitici anni '60. Riassumerei quanto espresso sino ad ora, infine, con una mia massima : 'I nostri nonni hanno prima sopportato, poi affrontato ed infine superato la sofferenza, ma al contempo non hanno insegnato ai loro figli e nipoti a fare altrettanto'. Ecco: questa, a grandi linee, la differenza che sussiste tra i grandi autori del passato e quelli presenti cosiddetti ‘moderni’.

  

Luca Comanducci 

 


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